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«Guardando, rimirando, o per meglio dire scrutando con sguardo attento le opere di Luigino Mezzomo, non ne possiamo che essere attratti ed avvinti. La sua è un’arte pregna di pathos che sublima in quel profondo magnetismo che ci calamita, che ci affascina, e, al contempo ci rapisce, portandoci con l’animo e con la mente verso lidi onirici, lontani dalle pene e dalle cure del quotidiano...». (Cesare Werlik)

 

«Rifuggo di solito dal parlare di "scuola bellunese" in quanto ho sempre ritenuto che essa sia da comprendere nella più ampia tradizione della pittura veneta della prima metà di questo secolo.

Se comunque si vuole accedere alla definizione limitativa, la si può e la si deve riconoscere nel filone che ha come precursori il Cima prima e il Piccolotto poi.

Luigino Mezzomo, qualora non si vogliano evitare i riferimenti, appartiene a questo filone,pur distinguendosi per l'apporto positivo di rinnovate esperienze.

Egli predilige comunque il paesaggio, che ritrae nei suoi diversi aspetti e nel corso delle vicende stagionali.

La tonalità cromatica è lo strumento primario dell'interpretazione della realtà naturale che viene colta nella sua bellezza eccessi di meditazione culturale.

La limpida tavolozza non indulge a preziosismi, ma cura soprattutto gli effetti di luce che diventano la chiave di lettura della sua figurazione.

Non mancano parentesi d'impegno culturale che lo porta all'indagine sulla figura umana come in certe rievocazioni dell'arte di Jean Fragonard, la cui fresca sensualità pittorica fa rivivere nella felice riproduzione di alcuni suoi ritratti famosi.» (Mario Morales)